La compromissione dell’interazione sociale e comunicativa nei primi anni di vita

I Disturbi dello Spettro Autistico rappresentano un gruppo eterogeneo di condizioni cliniche che condividono alcune caratteristiche comuni, riconducibili alle due aree funzionali dell’interazione e la comunicazione sociale ed il repertorio di attività ed interessi.

Nel primo anno di vita la compromissione dell’interazione sociale è tipicamente espressa dal deficit del canale di scambio privilegiato in in tale periodo di vita: il contatto occhi-occhi. Indicatori importanti e comuni del disturbo possono essere infatti la presenza di uno sguardo assente o la difficoltà di “agganciare” lo sguardo dell’interlocutore

Frequenti in questo periodo sono anche le anomalie nella postura corporea, si osservano ad esempio difficoltà a tenere in braccio il bambino causate da un’insofferenza dovuta al contatto fisico e ad un’ incapacità dello stesso ad adattare la sua posizione alla postura di chi lo tiene in braccio.

In età prescolare la compromissione dell’interazione e della comunicazione diventano sempre più espliciti e caratteristici. Compare nel bambino la tendenza all’isolamento, non richiede la partecipazione dell’altro nelle proprie attività, non rende partecipe il coetaneo, bensì lo “utilizza” in maniera strumentale per l’appagamento delle proprie esigenze come, per esempio, per prendere un oggetto che non riesce a raggiungere

Qui avviene una prima differenziazione del profilo del bambino che si può distinguere in

  • bambini inaccessibili, che si estraniano da qualsiasi rapporto sociale
  • bambini passivi, che tendono ad isolarsi, ma rispondono a degli adeguati stimoli
  • bambini attivi-ma-bizzarri, che sono in grado di prendere l’iniziativa nell’interazione, ma spesso in maniera inopportuna o inappropriata

Questi profili non solo variano di bambino in bambino, ma possono alternarsi nello stesso durante le diverse fasi dello sviluppo.

A partire dai 6 anni il modo in cui il deficit dell’interazione si manifesta inizia a differenziarsi in modo più evidente, diventa quindi necessario stabilire dei diversi “livelli” di gravità: nelle forme più severe è marcata la chiusura relazionale, l’interazione avviene solamente nel momento in cui le proposte coincidono con gli interessi del bambino e comunque per periodi molto limitati di tempo. Il linguaggio verbale risulta assente, il bambino esterna un forte senso di disagio nel momento in cui qualcuno si intromette nell’attività che sta svolgendo ed il vocabolario utilizzato risulta essere molto ristretto, con frasi elementari o addirittura ipostrutturate.

Nelle forme lievi il ragazzino è in grado di stabilire relazioni personali, seppur semplici, risponde con una maggiore attenzione agli stimoli esterni, ma la qualità dello scambio è fortemente condizionata da un’inadeguatezza delle competenze di percezione e cognizione sociale. Vengono riscontrate soprattutto delle difficoltà riconducibili alla capacità di definire le relazioni tra il linguaggio propriamente detto e chi lo usa, in rapporto agli scopi, ai bisogni, alle intenzioni e ai ruoli di chi partecipa alla conversazione.

Bibliografia: Neuropsichiatria infantile, V EDIZIONE, Roberto Militerni

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