La capacità di interagire con le altre persone si costituisce come un insieme coordinato di atti motori, percettivi, cognitivi ed emotivi il cui fine è quello di porsi in relazione con gli altri. L’insieme di questi comportamenti è definito “intersoggettività” (Xaiz e Micheli, 2001).

L’intersoggettività si sviluppa a partire da alcune funzioni di base del cervello quali:

  • la capacità di orientarsi verso uno stimolo nuovo;
  • l’attivazione fisica ed emotiva;
  • l’attenzione;
  • l’interesse per il volto umano;
  • la capacità di alternare i turni di parola;
  • l’integrazione delle diverse modalità sensoriali.

 

Il bambino acquisisce queste funzioni tramite ripetuti scambi comunicativi con la madre soprattutto perché i gesti, i suoni, e i contatti fisici vengono ricercati per il piacere che essi danno e vogliono avere una reazione in risposta da parte della madre. Tuttavia nell’ASD qualcosa impedisce alle abilità intersoggettive di svilupparsi regolarmente.

Un bambino con ASD non ha motivazione sociale, ovvero manca degli stimoli necessari ad attuare certi comportamenti, soprattutto perché non cerca gratificazione sociale; purtroppo ciò causa una reazione a cateta, in quanto il soggetto non ha stimolo per acquisire abilità sociali superiori. E’ in una situazione di stallo.

Il volto umano è biologicamente e geneticamente “interessante” per il bimbo, questo porta all’interazione visiva tra madre e figlio, così il cervello si specializza nella lettura e nell’interpretazione di questi stimoli.

Nei ragazzi affetti da ASD il contatto oculare è inadeguato poiché interpretato come uno stimolo troppo forte; manca per cui manca totalmente il senso di appagamento che si ha normalmente quando si fissa qualcuno negli occhi. Un bambino con ASD può avere contato oculare, ma non per questo sta cercando una forma di dialogo con l’altro, inoltre non sarebbe in grado di decifrare le informazioni dal comportamento non verbale (espressioni, gesti, mimica facciale, ecc.). Ad esempio il bimbo non riesce a capire, se la madre si mette a ridere, perché lo faccia, né tantomeno se e quale messaggio gli voglia mandare; infatti se la madre dovesse improvvisamente cambiare espressione il piccolo rimarrebbe del tutto indifferente.

La difficoltà che hanno sta nell’attribuire significato alle intenzioni altrui, tale abilità è definita “teoria della mente” e permette di comprendere le intenzioni delle altre persone, i loro scopi e obiettivi; se questa capacita psichica è compromessa il contesto sociale diventa imprevedibile, caotico e difficilmente gestibile.

Nell’autismo si ha la presenza di soggetti ad alto funzionamento e a basso funzionamento, è possibile notare come talvolta l’empatia non sia totalmente compromessa, ma si manifesti in maniera incompleta, ovvero riescono a decifrare le emozioni verbalmente, tuttavia gli risulta difficile immedesimarsi e vivere loro tale sensazione. Ad esempio se si vede un soggetto in difficolta o magari che soffre si prova dolore e si vuole, o quantomeno si cerca di aiutarlo; ma senza un filtro che permetta di separare la propria esperienza da quella altrui si rischia di venire sovrastati da tali emozioni e addirittura di soffrire di più della vittima stessa.

 

 

 

Bibliografia:

 

www.leandrogentilipsicologo.com

“gioco e interazione sociale nell’autismo” di C. Xiaz e E. Micheli

 

Crediti immagine:

Il gioco nel bambino con autismo

 

 

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