Grazia è una terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva specializzata in idrokinesiterapia che lavora con bambini affetti da diversi disordini dello sviluppo presso il centro Acqualife Salute di Novegro di Segrate (MI). Sfruttiamo l’occasione per ringraziarla nuovamente per il tempo a noi dedicato.

Che cos’è l’idrokinesiterapia e a chi è rivolta?
L’idrokinesiterapia è una metodica di supporto alla terapia a secco che sfrutta i principi fisici dell’acqua (densità, pressione, spinta idrostatica) a scopo riabilitativo. Ulteriore strumento di cui si avvale è la possibilità di tenere sotto controllo la temperatura del setting acqua: in genere questa viene mantenuta fra i 30 e i 32 °C, in modo da favorire il rilassamento muscolare ed il benessere del paziente.Viene utilizzata esclusivamente da terapisti della riabilitazione nel trattamento di patologie di tipo ortopedico, neurologico e neuropsicomotorio.
In particolare con quest’ultimo ci si riferisce a tutti i disordini dello sviluppo infantile di tipo neuromotorio, neuropsicologico e psicopatologico tra cui i disturbi dello spettro autistico. Il progetto riabilitativo con gli obiettivi stabiliti dall’idrokinesiterapista devono essere sempre condivisi con la famiglia e con tutti gli altri operatori, sanitari e non, che si occupano del bambino al di fuori dell’ambiente acquatico.

Cosa si intende per terapia relazionale?
La storia della psicomotricità vede nascere nel corso degli anni diverse correnti di pensiero, fra cui la scuola ad indirizzo relazionale a cui io appartengo. Questo tipo di approccio mette al centro di tutto l’iter riabilitativo la relazione fra terapista e paziente come elemento imprescindibile affinché il bambino possa sviluppare competenze adattive e ripetibili ai diversi campi dell’esperienza e possa raggiungere uno sviluppo più armonico possibile.
È attraverso la nascita di un rapporto di piena fiducia, attraverso il gioco, la comunicazione, che il bambino ci permette di entrare nel proprio mondo e si prepara a mettere in gioco sé stesso nel processo di crescita.

Che tipo di esercizi vengono proposti al bambino? Sono solo ludici o la parte di apprendimento è separata dal gioco?
Qualsiasi bambino va inteso come un individuo le cui funzioni sono inscindibili e imprescindibili l’una dall’altra: è impensabile considerare separate la funzione motoria da quella cognitiva piuttosto che da quella emotiva e relazionale. Una problematica in una qualsiasi di queste funzioni si ripercuote inevitabilmente su tutto lo sviluppo creando una disarmonia.
L’unico vero “esercizio” di cui il terapista si avvale è il gioco: quando si considerano i bambini esso è infatti lo strumento terapeutico d’elezione.
Nella propria azione e programmazione d’intervento il terapista parte sempre dall’iniziativa spontanea del bambino per poi pensare una serie di proposte che tengano conto del suo sviluppo in modo globale, che siano formulate in modo personalizzato e che siano utili a raggiungere gli obiettivi del progetto terapeutico.
Per quanto riguarda la riabilitazione dei bambini affetti da disturbi dello spettro autistico il percorso è molto lungo e in base alla gravità del quadro clinico inizia dal riprendere tutte le prime esperienze relazionali, motorie e cognitive che ogni bambino normalmente dovrebbe fare durante la propria vita.
Portare in acqua un soggetto affetto da disturbi dello spettro autistico è sempre un momento molto delicato che va affrontato con i dovuti tempi e nel pieno rispetto di quelle che sono le esigenze e le reazioni dei bambini. L’acqua ha dalla propria il vantaggio di essere un ambiente meno “sanitarizzato” rispetto ad una stanza di terapia, ed apparendo come un contesto maggiormente ludico favorisce la nascita della relazione. Inoltre grazie ai suoi principi fisici ci permette di lavorare sull’integrazione dello schema corporeo e dell’io, obiettivi particolarmente importanti e prioritari per questi bambini.
Il primo oggetto ludico, oltre all’acqua, é sempre il corpo, sia quello del bambino che quello del terapista. In fasi successive della terapia é possibile proporre semplici oggetti galleggianti, come palline o piccoli animaletti di gomma. Con questi si cerca di instaurare il gioco di scambio, molto importante per sostenere la relazione, la comunicazione ed il contatto di sguardo, e l’attenzione condivisa.

Come si crea una relazione tra il bambino e il terapista? Qual è il corretto approccio?
Non esiste un metodo convenzionale, ogni bambino è un soggetto unico e irripetibile.
La nascita della relazione con questi bambini prevede una prima fase in cui il terapista concede l’illusione di una totale onnipotenza. Nei casi più gravi infatti il bambino non è in grado di percepire tutto ciò che è esterno da sé come separato.
Successivamente il primo obbiettivo è far percepire al bambino la nostra presenza facendogli sperimentare il limite alle proprie azioni. È il terapista che attraverso il contatto empatico é in grado di capire quando il bambino é pronto a ricevere il mondo esterno e a tollerare la frustrazione di una mancata onnipotenza. L’acqua facilita questo processo in quanto provvede ad una continua stimolazione sensoriale favorendo l’attenzione sul proprio corpo e sul proprio io.

Che attrezzatura si usa? Che caratteristiche hanno gli oggetti?
L’attrezzatura che si utilizza è quella che é possibile trovare in una qualunque piscina che si occupa di acquaticità nell’infanzia: tondoludi, tappetoni, tavolette, ciambelle, palle, cerchi, animaletti galleggianti. Sono da preferire oggetti con texture e materiali semplici, che non facilitino una stimolazione sensoriale eccessiva. Infatti qualsiasi superfice complessa, rugosa o pelosa, rischia di favorire comportamenti reiteranti di autostimolazione e chiusura. lnoltre per lo stesso motivo sono da evitare oggetti con meccanismi ripetitivi (ad esempio le ruote delle macchinine). Per bambini che presentano comportamenti ad alta attività motoria é consigliabile preselezionare il materiale presente.

Quanti operatori lavorano con un bambino? Quanto tempo dura una seduta media?
L’ideale sarebbe il rapporto uno a uno con utilizzo esclusivo dello spazio di lavoro, soprattutto nelle prime fasi della terapia. Ovviamente per motivi organizzativi di tempi e spazi questo non é possibile, pertanto è facile che piú terapisti, ognuno con il proprio paziente, condividano la piscina negli stessi orari.
Solo in fasi successive ed avanzate é possibile proporre sedute di gruppo.
La seduta dura in media 30 min per i bambini molto piccoli onde evitare stress eccessivi, mentre per i bimbi piú grandi può durare 45/50 min. Inoltre normalmente si cerca di scandire i tempi della seduta con riti di inizio e fine in modo da facilitare la percezione del tempo ed aiutare i bambini a tollerare meglio la frustrazione.

Come si prepara il bambino all’acqua?
In genere il terapista (salvo eccezioni) attende il bambino in acqua o sul bordo vasca, mentre i genitori si occupano di svestirlo, della doccia e alla fine di rivestirlo. Naturalmente uno degli obiettivi che ci si propone é quello del raggiungimento della maggiore autonomia possibile. In acqua i bambini devono indossare il costume, la cuffia é obbligatoria a partire dai 3 anni. Per quanto riguarda la cuffia é però possibile assecondare il paziente se intollerante, laddove il terapista lo ritenga necessario ai fini del percorso riabilitativo. Una volta raggiunto il bordo vasca si valuta sempre la disponibilità del bambino: come ho già detto é un momento molto delicato e a volte si rende necessario ampliare la durata del rito iniziale.

Hai parlato dell’abbigliamento del bambino, ma voi terapisti invece cosa indossate? 
Noi utilizziamo un normale costume intero da piscina, e a discrezione é possibile utilizzare anche la muta, soprattutto se si prevedono molte ore di lavoro in acqua. C’é da precisare che la muta per noi terapisti non andrebbe mai utilizzata con bambini molto piccoli o che non hanno comunque raggiunto il linguaggio verbale. Il tono muscolare che viene percepito soprattutto attraverso il contatto pelle a pelle é un canale comunicativo fondamentale in particolare nelle relazioni precoci. Infatti la prima forma di comunicazione che il bambino utilizza, oltre al pianto, é proprio il dialogo tonico. In fasi piú avanzate della terapia la muta a mio parere può essere utile anche al bambino: quando si tratta di bambini con autismo la muta può favorire, insieme all’acqua, la percezione di un corpo meno frammentato. La muta fascia tuttavia il bambino in modo molto aderente, pertanto può essere usata solo se ben tollerata.

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