Ognuno di noi ha sentito parlare di autismo almeno una volta nella vita: c’è chi ne ha solo sentito parlare, chi ne è esperto, chi, invece, conosce persone che ne sono affette e chi può esserne affetto in prima persona. Nonostante sia noto, quindi, non tutti sanno molto sull’autismo. Molti, infatti, lo definiscono una malattia, errore comprensibile considerando che purtroppo l’opinione pubblica è poco preparata sull’argomento. Ma esattamente perché non è una malattia?

Per tutti, o quasi tutti, una malattia è qualcosa di male che capita al tuo corpo, qualcosa di strano, che non rientra nella “norma”, come si può capire dal significato etimologico della parola malato, da dove deriva il lemma malattia, che unisce le parole latine “male habitus”, ovvero “colui che sta male”. Il concetto di malattia nel mondo medico e scientifico è effettivamente una situazione fuori dalla norma, o anzi fuori dalla salute di un individuo, però è ben più complicato: si definisce malattia, infatti, un’alterazione fisica o psichica che colpisce l’organismo in zone limitate che può essere curata grazie a terapie mirate e farmaci. Inoltre, prevede un continuo sviluppo o in positivo verso la guarigione, cioè un ritorno al primordiale stato di salute o in negativo verso, purtroppo, la morte.

Quindi, scientificamente, cos’è effettivamente l’autismo? Il nome vero, quello corretto da usare, è “disturbo dello spettro autistico”. Un disturbo, al contrario della malattia, presenta una serie di sintomi che colpiscono principalmente più sfere dello spettro psichico di un individuo, quali quella comportamentale, quella relazionale, quella affettiva o altre.

Nel caso dell’autismo, i principali sintomi di questo disturbo vanno a nuocere quasi tutte le sfere. Colpiscono soprattutto quella affettiva e relazionale: chi soffre di questo disturbo, infatti, non prova il desiderio di interagire con altri individui o di avere contatti fisici. Tendenzialmente, quindi, un individuo con autismo tende a vedere le persone che lo circondano più come degli oggetti che come degli esseri umani, non provano interessi nei loro confronti e non si sanno appunto relazionare con loro. Questo distacco si verifica anche con i genitori, soprattutto con le madri: in ogni essere umano c’è un istinto legato alla sfera sociale che ci porta a interagire con il mondo esterno, soprattutto con le persone, ma in primis con nostra madre, ovvero il primo essere umano con cui abbiamo contatti fisici e affettivi. Questo comportamento è praticamente assente in chi soffre di autismo e può essere uno dei sintomi che spinge chi circonda il paziente a capire che soffre del disturbo. Tuttavia, spesso si tende a ignorare questo aspetto e molte persone, soprattutto genitori, ma anche maestri o compagni, tendono a limitarsi a pensare che chi è affetto da questo disturbo sia soltanto una persona “chiusa” oppure “molto timida”.

Uno dei sintomi più visibili in un individuo con autismo è un’anomalia della comunicazione, soprattutto a livello verbale. L’autismo si sviluppa in un essere umano prima dei tre anni di età e quindi è da quasi subito visibile che chi ne è affetto ha difficoltà a comunicare e a sviluppare il linguaggio, nei casi più gravi si arriva a non parlare proprio o a parlare ripetendo le solite parole chiave nella vita di tutti i giorni (“mamma”, “papà”, “cibo” o “fame”, “pipì”). Nonostante ciò, molto spesso questa lacuna è legata soltanto alla comunicazione attraverso le parole, anzi sono tanti a riuscire ad esprimersi attraverso la scrittura ma non a voce.

In ogni caso, i sintomi riscontrabili su ogni paziente sono diversi in base al livello del disturbo (si può avere una lieve forma di autismo come, infatti, esistono forme di autismo più gravi) e anche in base all’età. Tipi di sintomi anche in base all’età. Con l’aumentare degli anni il disturbo può aggravarsi, soprattutto se non si agisce subito con la terapia, ecco perché è consigliato iniziare a lavorare con gli individui per il miglioramento e l’arginamento dei comportamenti problematici sin da subito. I sintomi principali sintomi riscontrabili colpiscono tre ambiti principali: quello delle interazioni sociali, quello della comunicazione e quello del così detto “repertorio di interessi”.

Per quanto riguarda l’interazione sociale, cioè i rapporti con “gli altri”, i sintomi principali sono: marcata compromissione nell’uso di svariati comportamenti non verbali. Questi possono essere: sguardo diretto, l’espressione mimica, le posture corporee, i gesti che regolano le interazioni con altri individui, incapacità di sviluppare interazioni con i coetanei, mancanza di ricerca spontanea della condivisione di gioie, interessi o obiettivi con altre persone come non mostrare, portare, né richiamare l’attenzione su oggetti di proprio interesse, mancanza di reciprocità sociale o emotiva.

Per la comunicazione, invece, si riscontrano ritardi o totali mancanze nei seguenti ambiti: sviluppo del linguaggio parlato che non viene accompagnato da un tentativo di compenso attraverso modalità alternative di comunicazione (gesti o mimica) in soggetti con linguaggio adeguato, marcata compromissione della capacità di iniziare o sostenere una conversazione con altri, uso di linguaggio stereotipato e ripetitivo o linguaggio eccentrico, mancanza di giochi di simulazione vari e spontanei, o di giochi di imitazione sociale adeguati al livello di sviluppo.

Un’altra serie di sintomi è legata alla sfera degli interessi personali: gli individui spesso presentano una assorbente dedizione a uno o più tipi di interessi ristretti e stereotipati anomali, per intensità o per focalizzazione, oltre alla sottomissione del tutto rigida ad abitudini inutili o rituali specifici, movimenti stereotipati e azioni ripetitive, insistente ed eccessivo interesse per parti di oggetti.

Data la presenza di così tanti sintomi, anche se non per forza si manifestano tutti in ogni singolo soggetto, è difficile trovare una cura mirata, soprattutto perchè, in quanto disturbo, non può essere curato attraverso farmaci e l’approccio medico è ben diverso da quello usato nei confronti di un paziente affetto da una qualunque malattia, come abbiamo parlato in precedenza. Chi è affetto da autismo, quindi, viene sottoposto a una terapia parziale, non mirata alla totale cura quindi, così detta “educazionale” basata sull’età dell’utente (ovviamente non è possibile adoperare una cura studiata su un bambino di due anni a un preadolescente, un giovane o un adulto) che serve per diminuire il più possibile le lacune e i sintomi.

Tendenzialmente, quindi, non si può guarire dall’autismo (esiste solo una piccola percentuale di individui che possono essere definiti “off autism”, cioè che sono stati in grado di superare completamente il disturbo (ovviamente questi casi si sono verificati solo sui pazienti con un lieve disturbo), ma si può arginare quanto più possibile e cercare un progressivo miglioramento dei tipici comportamenti “anomali”, delle relazioni e del modo di comunicare del soggetto.

Fortunatamente, però, la scienza e la psicologia stanno lavorando da anni per trovare un modo per superare a pieno questo disturbo in quasi ogni suo aspetto ma, come abbiamo già detto in precedenza, ovviamente senza l’uso di medicinali.

Per il futuro, quindi, speriamo che la ricerca faccia grandi passi avanti nello studio di questo disturbo, ma speriamo, soprattutto, che la società si informi sempre di più e si adoperi a normalizzare questo disturbo.

 

 

Bibliografia e sitografia:
1. https://medicinaonline.co/2017/03/15/differenza-tra-malattia-sindrome-e-disturbo-con-esempi/
2. http://www.treccani.it/vocabolario/malattia/
3. “Appunti su Autismo” a cura di F. Caretto, 2007
4. F. Fabbro, “Manuale di neuropsichiatria infantile”, Carocci editore, 2012
5. “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – quinta edizione”, 2013

Commenta questo post